Il calcio che vorrei

Osservo calcio giovanile ormai da 15 anni, ed al di là degli aspetti prettamente legati alla tecnica, alla tattica ed alle varie carenze strutturali che ci sono (e che approfondiremo) e che caratterizzano la crisi del calcio in Italia, uno dei motivi più importanti a mio avviso, è sicuramente la mancanza di coraggio nei giovani calciatori.

Una società sterile, che evita qualsiasi tipo di confronto, che evita la competizione, che premia la partecipazione, in qualche caso anche forzosa, invece del merito, produce inevitabilmente sportivi sterili, senza coraggio, con pochissima intraprendenza ed  iniziativa personale e spesso con pochissima autostima.

Una volta la filastrocca simpatica per fotografare i calciatori era:

Agile e scattante; Furbo ed intelligente; Scaltro e delinquente…

Oggi invece nei settori giovanili, sembra essere diventata una colpa voler essere competitivi, voler primeggiare, avere quella cattiveria agonistica per emergere; sembra essere diventata una chimera la capacità di accettare e lanciare sfide: sembra essere diventato un delitto anche voler vincere, voler affermare la propria supremazia personale e di squadra; tutti elementi che concorrevano a formare personalità forti sia nei singoli che nel gruppo spogliatoio.

La conseguenza di tutto ciò non può essere altro che una cronica mancanza di coraggio nei nostri ragazzi e l’incapacità di cogliere gli aspetti sani che lo sport riusciva, e che può e deve ancora saper veicolare, per modellare non solo sportivi migliori, calciatori più consapevoli dei loro mezzi, ma anche ometti più forti in generale, forgiati dallo sport.

Sicuramente queste carenze non possono non avere conseguenze su intere generazioni di calciatori, non supportati a dovere da chi queste qualità dovrebbe infonderle, plasmarle, incentivarle: genitori, scuola, federazioni preposte ed i loro allenatori e dirigenti, sono colpevolmente assenti ingiustificati in questo importantissimo percorso formativo.

Leandro Vessella